Privacy Policy


Roma Un’orchestra, un quartetto d’archi, la band. Sullo sfondo le rovine delle Terme di Caracalla che si colorano di viola o d’azzurro. Al centro della scena c’è Francesco De Gregori, il menestrello che con le canzoni affollate di personaggi e metafore racconta l’Italia.

Ieri ha aperto davanti a 4.500 persone (concerto sold out) il tour «De Gregori & Orchestra – Greatest Hits Live» (si replica stasera). Per salire sul palco che ospita la stagione estiva dell’Opera di Roma, il cantautore romano sceglie per la prima volta una veste «sinfonica». I suoi classici sono stati ripensati per la Gaga Symphony Orchestra, quaranta musicisti diretti da Simone Tonin, GnuQuartet, la sua storica band e due coriste. «L’orchestra cambia tutto. Ogni pezzo mi ha riservato delle sorprese — racconta De Gregori prima dello show —, questi concerti mischiano il tessuto sonoro, è una contaminazione di generi diversi, ma un musicista che come me ha cinquant’anni di carriera deve farsi tentare da un suono orchestrale che a tratti commuove. Le canzoni sono vive, non si può pensare che rimangano inalterate, ingessate. Sta nell’onestà dell’interprete non imporle al pubblico come se fossero un tabernacolo. Non solo nel pop ma anche nella musica classica: Beethoven diretto da Toscanini non è lo stesso se diretto da von Karajan. La musica è liquida: cantare e suonare «Rimmel» come nel ’75 sarebbe un falso in atto pubblico perché quel De Gregori non esiste più».

Non ama sentirsi dire che è storia. «Sono un uomo di spettacolo, non storia — precisa —. Ho scritto canzoni che sono piaciute, qualcuna rimarrà più di altre, ma monumentalizzare le cose che faccio non mi piace. Sono un chitarrista, uno che ha i calli sulle dita, che ogni sera non sa che giacca indossare».

Violini, pianoforte, fiati amplificano il senso e le emozioni di canzoni come «Generale», «La leva calcistica del ‘68», «La storia siamo noi», «La donna cannone». In tutto 22 pezzi. L’apertura è per «Oh, Venezia», un canto popolare inciso con Giovanna Marini proposto in versione strumentale, c’è anche «I Can’t Help Falling In Love With You» portata al successo da Elvis Presley («Elvis mi ha sempre fatto sognare, è un regalino che mi faccio»). Manca «Viva l’Italia»: «È una canzone molto assertiva, pugnace, con il dito puntato contro le cose. Ora non me la sento di cantarla». Invece ha ripreso «Pablo»: «La gente me la chiede sempre, è un pezzo che con l’orchestra acquista profondità e solennità. Non è ideologica, per comporla mi sono ispirato ai Malavoglia e agli ultimi del mondo. Non sono diventato improvvisamente rivoluzionario».

Scansa i commenti politici («Non voglio esporre banalmente delle cose») e a chi gli chiede se darebbe una sua canzone al Pd risponde: «Non me l’hanno chiesta». «Alice» la canta con il testo originale: «Il mendicante arabo» ora ha «un cancro» nel cappello e non più «qualcosa». «Dovevo partecipare a un Disco per l’estate e mi sconsigliarono di usare la parola cancro. Non fu una censura ma non l’avrebbero passata in radio. Così la cambiai».

Da questi tour non uscirà un album live. «Odio pubblicare dischi che non vendono e pezzi che non passano in radio. Registrerò un album ma sarà soltanto per il mio uso personale». Dopo Roma, De Gregori attraverserà l’Italia — spingendosi fino a Lugano —, il 20 settembre sarà all’Arena di Verona e chiuderà agli Arcimboldi di Milano con tre date (ma se ne potrebbero aggiungere altre) dal 23.

12 giugno 2019 (modifica il 12 giugno 2019 | 08:55)

© RIPRODUZIONE RISERVATA





Source link