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Cos Enzo Cosimi presenta il suo ammirevole Glitter in my tears – Agamennone, primo episodio di una trilogia eschilea: Negli anni Novanta avevo analizzato l’immagine dell’eroe, ma se allora avevo privilegiato una dimensione muscolare, oggi questa figura mi appare invece smembrata, rotta, in rovina. Con Glitter in my tears cerco di cogliere queste rovine per rappresentarle. E poi ancora: Mi sono concentrato su queste tre figure cercando di costruire un intreccio di sottomissioni e padronanze.

Se la prima una dichiarazione descrittiva, la seconda interpretativa, cruciale. Ma cruciale anche un’altra parola, nella breve nota che accompagna lo spettacolo all’India di Roma. Le tre figure Cosimi le chiama performer, non ballerini, non danzatori. una svolta di notevole rilevanza in una storia che dura da quaranta anni e che agli albori di ci che chiamiamo teatro-danza. Non pi allora, diremo, teatro-danza ma semplicemente teatro. Vi sono (ecco una chiave) le parole: Una potente miscela di parole tratte da Eschilo, riflessioni estratte da saggi e studi queer sul sadomasochismo, e frammenti di intimit degli stessi performer.

Ecco che la parola pronunciata dallo stesso autore (coreografo, o drammaturgico, o regista che sia). Direi tuttavia che in questa interpretazione senza precedenti di Eschilo le parole si muovono su un doppio binario e a causa di ci finiscono per conferire alla presenza dei corpi una rilevanza ancora maggiore. Intendo, maggiore che nel silenzio (o nella musica) del teatro-danza.

In una prima fase dello spettacolo a parlare sono gli stessi attori, in modo diretto. Nella seconda parte, la voce prevalentemente fuori campo ed una voce didascalica, ci spiega ci che sta accadendo, anche se noi lo vediamo, e benissimo lo capiamo — non gi a causa del fatto che conosciamo la tragedia, Agamennone. Lo capiamo appunto a causa dell’eloquenza di quei tre corpi, nettamente superiore ai significati di ci che loro stessi e l’altra voce ci aveva detto, ci stava dicendo. Sono tre corpi fulgenti, quasi pallidi, immacolati. In slip i due maschi. Mi chiamo Giulio, ora sono Agamennone, ci dice Giulio Santolini. Sono Alice, e ora Clitennestra: a parlare la voce di Alice Raffaelli. Mi chiamo Matteo. Enzo dice che mi chiamo Egisto annuncia Matteo De Blasio. Erano ombre. Vengono dal fondo. Avanzano fino a noi spettatori. Poi si sdraiano a terra.

Alice-Clitennestra si getta sul corpo di Giulio-Agamennone, poi su quello di Matteo-Egisto. I due maschi come se fossero indistinguibili, ugualmente alti, tutti e due con una lieve barba da ragazzi. Ma a condurre la scena la giovane donna, che pi tardi dei due uomini far ci che vuole, si sieder su di loro, li schiaffegger e su uno di loro infierir con un’accetta, fino a squartarlo – per consumare la sua vendetta. La storia di questa Clitennestra segner non pi la vendetta ma il dominio della femmina sul maschio.

5 giugno 2019 (modifica il 5 giugno 2019 | 19:09)

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